Chissà…

Non so cosa resterà di questi mesi, di questo inizio di 2026. 

Mi domando come sarà ripensare a questi ultimi 60 giorni fra un po’ di tempo, a fine anno o magari nel 2028, o nel 2045.

Ultimamente mi è capitato di rileggere diversi post del 2016, in particolar modo di quella estate, e nel ripercorrere certe storie sono riaffiorate delle emozioni precisamente come in quel tempo. 

È stato bello tornare a quei momenti e ho capito la meraviglia di avere questo archivio, questo mondo che sta lì, nel caso a ricordarmi come è andata o come ne sono venuto fuori.

Gli ultimi due mesi sono stati un cumulo di rarissima pressione. Mai vissuta prima. 

Peggio del Conclave perché più lunghi e estenuanti, più pericolosi e più faticosi, senza la necessaria scarica di adrenalina che nei 28 giorni a cavallo di aprile e maggio scorso furono fondamentali a tenere la barra dritta.

In questo scenario, non c’è stato nulla di ciò, ossia la parte bella, quella storica che ti passa sotto gli occhi. Qua è stato solo un casino, un labirinto di domande, di gente che ti parla, ti cerca e ti chiede costantemente qualcosa. Essere il “primo ministro in pectore” è qualcosa che non mi attendevo di vivere mentre stappavo lo spumante a capodanno, soprattutto esserlo pochi giorni dopo. Ho capito come nei momenti di cambiamento ognuno pensi solo a se stesso. Ognuno cerca di ottenere quanto di meglio, ognuno bada alla sostanza più pura. Giusto, legittimo, ma fastidioso quando sei l’interlocutore di questa gente.

Non so cosa succederà, non so dove andremo, non so quanto toccherà attendere. So solamente quanto tutto è stato complesso finora, quanto sia frustrante non poter dare delle risposte, e non sapere da che parte ci si stia realmente dirigendo.

Ho dormito pochissimo, mangiato meno, visto e vissuto l’ufficio più del dovuto. Sarà ancora così? Non lo so.

Migliorerà? Dubito.

“Perché fatta l’Italia, toccherà fare gli italiani” e quindi tante dinamiche proseguiranno, forse con una veste leggermente diversa.

Chissà come sarà leggere queste righe fra un po’ di tempo. 

Chissà…

2026: l’anno che verrà

C’erano Innocenzo XII e Clemente XI l’ultima volta che in un Giubileo si erano visti due papi. Non proprio ieri visto che correva l’anno 1700.

Questo dato storico serve per sottolineare quanto sia stato semplicemente straordinario il 2025, ossia un anno in cui un papa apre il Giubileo ed un altro lo chiude.

In questo anno rarissimo, io ho dovuto nuotare senza sosta.

Resterà un anno impresso nella mia mente per tante ragioni, soprattutto di lavoro, ma al netto di tutto non e’ un anno che ha spostato o cambiato qualcosa, in modo sensibile nella mia vita, nella quotidianità o semplicemente nella mia visione del mondo.

Ho lavorato tanto, a volte troppo, ma questo non cambia il giudizio su un 2025 in cui certamente sono stato testimone oculare di un momento storico e da un osservatorio speciale.

E’ stato un anno di transizione personale. Un lunga tappa di trasferimento, un anno simile al 2022 da questo punto di vista, di assestamento in attesa di altro. 

Nel 2026 infatti vedo cose diverse, sarà ben altra storia, e immagino che ci saranno anche dei cambiamenti personali. Tendo a pensare che possa essere un anno migliore, mi auguro possa rivelarsi meno complesso dal punto di vista delle condizioni fisiche e la speranza la estendo a tutto il nucleo familiare ovviamente, visto che il 2025 ci ha portati in giro per tanti ospedali e dottori.

E’ stato un altro anno di viaggi, alcuni belli, uno memorabile e l’ultimo piuttosto sfortunato.

Poteva essere un anno migliore con qualche piccolo accorgimento, certo fossimo tornati da Monaco con la coppa in mano, il mio giudizio sull’anno pronto ad andare in archivio sarebbe stato decisamente diverso.

Ho tenuto fede ai propositi di fine 2024. Ho letto di più, sono andato in montagna in Valle d’Aosta questa estate, siamo riusciti a fare il viaggione in Colombia, ho continuato a fare sport. 

Certo, speravo di giocare più a calcetto ma in particolar modo pensavo di poter anche cambiare lavoro, ma evidentemente dovevo restare per seguire tutto quello che è capitato.

Non ho mille immagini di questo 2025, ma due rimarranno nella mia mente con dei contorni più netti. 

Il momento dell’annuncio del nuovo Papa mentre ero sulla pedana e l’arrivo all’Olympic Park di Monaco. In 23 giorni due momenti così avvengono davvero una volta nella vita, al netto delle conseguenze e di cosa ci sia dietro.

Si va avanti adesso, inizia un nuovo capitolo che mi porta in buona parte nell’ultimo giro nei Trenta, spero di onorarlo a pieno. 

Al duemilaventisei, chiedo solo un pizzico di salute in più e una – una sola botta di culo – e poi vediamo come va a finire. 

Buon anno.

Colombia, parte 4

Eravamo in spiaggia a Cipro quando è nata l’idea di venire in Colombia. 

Era luglio del 2024.

Un viaggio del genere ha una gestazione sempre un po’ lunga e questo non è stato da meno.

Averlo vissuto, così come averlo portato a termine nel modo migliore, è di per sé una soddisfazione. Per me, piuttosto grande, considerando che me ne sono fatto carico sotto molti aspetti, soprattutto quelli logistici e pratici.

Sapere che tutto abbia preso la giusta direzione consola per lo sforzo profuso e il tempo impiegato.

Non credo che possa ricapitare un viaggio così: insieme a mia madre e mia moglie questa esperienza in Sud America entra di diritto nella nostra piccola storia personale.

Aver incontrato una parte della famiglia di V., per la prima volta è stato utile oltre che piacevole. Ho capito tante piccole sfumature in queste due settimane. 

Ho apprezzato le differenze, anziché soffrirle. Ho sperimentato la complessità di un mondo così distante non solo a livello geografico.

Ho capito ancora una volta che esistono tanti modi per fare una singola cosa.

Ho visto quanto sono sereno quando sono lontano dal lavoro, e quanto non mi piaccia fare ciò che sono tenuto a fare invece ogni giorno. 

C’è tanto verde qui ma lo smog dei mezzi che vanno ancora con il carbone di fine 800 ti fa tossire.

La gente è adorabile ma oltre una certa ora è meglio non camminare per strada da soli.

In questo paese ci sono ancora tanti margini per migliorare ma serviranno decenni per fare passi in avanti sensibili.

È stato bello far parte di una famiglia che non è la mia.

Adattarmi per me è sempre un piccolo successo e mi solleva riuscirlo a fare ogni volta.

Sono state due settimane lunghe il doppio. Ho dormito poco e talvolta male, non mi sono riposato ma non ho rinunciato a nulla.

Ho parlato spagnolo e mi sono interfacciato in ben altra maniera rispetto alle volte precedenti, e questo ha creato connessioni diverse che avranno un valore in futuro.

È stato tante cose questo viaggio. Davvero tante, più di quelle che mi potessi aspettare.

Ho assistito a situazioni surreali, come ordinare il cibo da un altro bar mentre eravamo seduti in una birreria e la cameriera dell’altro posto ha portato il tutto senza alcun problema. 

Ho visto un sacco di gente che sembra essere lontana anni luce dai nostri sbattimenti. Ho capito che si mangia poca verdura. Ma talmente poca, che ne ho sentito addirittura la mancanza. 

“Il ritorno porta addosso mal di testa e mal d’anima” cantavano i Negrita anni fa, io mi porto dietro la convinzione che qua c’è una famiglia acquisita che è brava gente – come ha ripetuto mia madre spesso – e che ci accolto autenticamente a braccia aperte. 

E questo, lontano da casa, riempie sempre il cuore.

A presto.

Colombia, parte 3

Il Sud America è pur sempre America. 

Questo è un qualcosa che alle persone a digiuno di questa regione non è molto chiaro.

I sudamericani, anche per ovvie ragioni geografiche, guardano ai vicini del nord come riferimento molto più che al Vecchio Continente. 

I grattacieli, i condomini nel consorzio, le bottiglie da 3 litri di bevande ultra zuccherate, il frigo gigante con il distributore di acqua integrato. Tante piccole cose che si notano a occhio nudo e che testimoniano come gli americanoni del nord abbiano da sempre un fortissimo ascendente sui Latinos.

Ogni volta che vengo qua, tendo a farci caso, mia madre lo ha iniziato a notare solo dopo alcune mie imbeccate a dovere.

Dopo Santa Marta abbiamo visitato Guatapè. 

Un arcipelago che ruota intorno a questo monolite chiamato Peñol.

Siamo partiti all’alba da Medellin in 16, con un pullman noleggiato e dopo aver scalato il Peñol siamo andati in una riserva naturale dove abbiamo alloggiato in una casa gigantesca.

Clima da ostello visto che avevamo 3 camerate con diversi letti, barbecue a bordo piscina, Jacuzzi, vista lago, e io stavo male.

Sì, come ricorderete dalle puntate precedenti, a Santa Marta, quasi subito, l’aria incondizionata mi aveva uncinato la gola.

La velata impazienza (ma anche insofferenza) di mia madre al caldo ha fatto sì che il climatizzatore uccidesse prima me e poi lei.

Non abbiamo potuto vivere Guatapè al meglio, ma nemmeno allettati, resta un pizzico di rimpianto ma è stato comunque bello.

In seguito all’ennesimo pranzo tutt’altro che dietetico – e daje ancora con chicharones, platano fritto, uovo, riso, fagioli etc. – siamo rientrati in città.

Per me e mia madre questo ha coinciso con un nuovo check-in, l’ultimo della serie in un altro appartamento. Più grande, con 3 stanze da letto e soprattutto molto ben ubicato in termini di negozi e locali nell’area circostante.

Sabato sera è stata la volta della Chiva. Un bus semiscoperto che viene affittato per tre ore da un gruppo di persone.

Il bus viaggia per la città con la musica a palla e tu bevi, mangi e balli con i tuoi amici.

Una cafonata, ma l’ho apprezzata.

Oggi è stato il giorno di un nuovo giro in centro con un clima estivo. Ieri sera invece sono andato in una cerveceria artigianale e diluviava talmente tanto che sembrava metà dicembre a Genova.

Sbalzi climatici continui, caos perenne, traffico a ogni ora, signore che vogliono venderti i lecca-lecca.

A parte la pioggia, in tutta questa caciara, in fondo, non ci sto male.

Perché se loro sono sudamericani, noi siamo mediterranei.

E fra il nord America ed il sud, ci siamo noi come punto intermedio, gli europei che affacciano sul Mediterraneo.

Di questo ne sono sempre più convinto.

Colombia, parte 2

Santa Marta, dicevamo. Sarebbe stato un peccato non venire qui per una serie di ragioni. In primis, quel senso di vacanza da pensione “Marcella” sul lungomare di Rimini, cadenzato da colazione, mare, pranzo, pennichella, mare, cena, passeggiata. 

A me è piaciuta. Mia madre ha apprezzato la temperatura del mare, tiepida, caraibica al netto di un verde Ostia.

Continuiamo a mangiare bene. Poca fame ma pasti che ci lasciano sempre soddisfatti. A Santa Marta abbiamo mollato davanti al richiamo del ristorante italiano e stavolta è andata bene. Vincenzo da Gallipoli mi ha preparato le tagliatelle al ragù che hanno superato le mie aspettative.

Santa Marta è come Cartagena. Il mare lo trovi fuori città, per quello molto bello devi allontanarti sul serio.

Questa è la bassa stagione. Pochi turisti ma tanta gente in giro comunque. Tanti motorini e pochi caschi, clacson suonati senza ragione, gente smutandata e musica dappertutto. Vivere qua è come stare dentro una discoteca con il dj a cui si è impuntata la consolle.

In questa tappa però ci siamo fregati con le nostre mani. Mia madre ha sofferto il caldo e ha usato il condizionatore. A me l’aria condizionata sta sui coglioni più dei meeting del martedì e puntualmente mi ha azzannato alla gola. Ora siamo acciaccati in due perché anche mia madre è afflitta dal mal di gola.

Stasera si torna a Medellin, a casa dei parenti di V., saremo solamente in 14 a dormire. Un po’ come in quelle case del sud Italia in un Natale del 1973.

Domani tocca a Guatapè. Due ore abbondanti di macchina a est di Medellin. Conosciuta per il suo arcipelago e per un monolite che sembra essere di 65 milioni di fa: questa è la nostra prossima destinazione. 

Sabato sera torneremo in città e io dormirò nel sesto letto diverso in 8 giorni, per quanto mi riguarda, un inno alla insonnia. 

È iniziato l’imbarco.

Andiamo.

Colombia, parte 1

“Che brava gente” è il motto che diffonde nei cieli di Medellin mia madre da ormai 3 giorni.

In questa full immersion con la famiglia di V., mia mamma mi sottolinea ripetutamente la loro accoglienza, mista a gentilezza con il calore tutto sudamericano.

Viaggiare in America Latina è sempre una catapulta che ti lancia all’indietro. Nel senso buono, ovviamente. 

Come detto dopo ogni mio viaggio in questa porzione di mondo, qui sembra di vivere una Italia che non esiste più. Quella degli anni 60/70. Certo, noi non l’abbiamo vissuta eppure a forza di sentirne parlare possiamo facilmente immaginare che fosse così. Condivisione, famiglia, una certa allegria. I problemi non mancano, ma se stiamo tutti insieme, affrontarli, sarà meno complesso. Questi giorni in Colombia mi hanno ricordato questo, a mia madre invece, lo hanno svelato.

È il nostro quarto giorno in Colombia ma sembra essere passato il doppio. Come sempre, il fuso orario viaggiando verso Ovest, lascia più tracce. Ti svegli presto, nel cuore della notte, e non dormi più. Le giornate durano di conseguenza una infinità e la stanchezza, mescolata al sonno, le appesantisce.

Tutto questo però non ci ha limitato.

Abbiamo già girato il centro, ci siamo imbattuti nel caos del sabato pomeriggio, e ieri siamo andati alla Comuna 13.

Una specie di enorme favela che fino a pochi anni fa era zona di guerriglia e violenza, mentre oggi splende come un quartiere riconvertito in luogo di arte e cultura. Un posto straordinario, molto caratteristico e ricco di spunti di riflessioni.

Tutto il mondo è paese però, e domenica siamo andati a pranzo in un ristorante fuori città. El Retiro è un piccolo paese a 2100 metri di fondazione coloniale. Le montagne a fare da sfondo e le case bianche basse con i balconi di legno. Qui ho mangiato uno stinco di maiale eccezionale anche se veniva venduto come un ossobuco.

Si mangia a orari a casaccio, il pastellito di pollo a colazione al momento domina la scena come il succo di mandarino fresco che ho bevuto ieri.

Piove a intermittenza, ma questa è una stagione bagnata, il sole però quando esce picchia per bene. La valigia con dentro un po’ tutto si è rivelata una scelta azzeccata.

Ora si parte per Santa Marta. Solo con mia madre che nel frattempo ha scoperto frutta tropicale e prova tutto, a differenza del sottoscritto. 

Giovedì saremo di ritorno, la mattina successiva partiremo tutti insieme per andare nell’entroterra, nei pressi di Guatapè.

“Genova per me”

“Con quella faccia un po’ così

quell’espressione un po’ così

che abbiamo noi prima di andare a Genova”.

Cantava così Bruno Lauzi nel 1975, e ripensavo a questi versi mentre oggi varcavamo il confine fra Toscana e Liguria.

Genova è sempre stata per me quello che per i miei compagni di scuola era il paese. Loro andavano in qualche villaggio sperduto fra Lazio e Abruzzo e io invece da una città mi spostavo in una altra.

Si è parte di un luogo per tante ragioni, io di questa città ho senza dubbio la sua tendenza al lamento. Al mugugno. Spigolosa e stretta, fra mare e montagna, quasi costretta, forse mai del tutto pienamente libera.

Due anni fa, mentre arrivavo, mi sono commosso. Da 25 giorni se ne era andata mia nonna, il mio cordone ombelicale con questa città, e mentre il porto si mostrava all’orizzonte, imboccavamo il nuovo ponte Morandi. Per la prima volta lo percorrevamo dopo la sua riapertura e per la prima volta andavo a Genova orfano di mia nonna.

Da bambino, Genova era un viaggio in treno, quasi sempre. Da Termini, raramente dalla mia Tiburtina.

Vagone con scompartimento a 6, io e mia nonna rigorosamente uno davanti l’altro. Corridoio e sedile a scomparsa, un lungo countdown fino a Pisa per vedere le Torre. E poi tante gallerie da La Spezia in poi.

Negli anni, finalmente, anche grazie a mia moglie, Genova è tornata a essere una tappa più frequentata.

Oggi è solo passaggio, nei prossimi giorni ci torneremo.

Domani intanto si va in Val d’Aosta. L’ultima volta era il 1999, a La Thuile. Era fine giugno, avevo finito la prima media e un pomeriggio chiamando mia nonna da una cabina telefonica con una scheda da 5000 lire, mi disse che aveva chiamato a casa Francesca. La mia ragazza delle medie. Io facevo la prima e lei la terza. Ricordo l’imbarazzo tipico della adolescenza quando mia nonna mi parlò di questa chiamata ricevuta. Pochi giorni dopo ricordo la grande impresa dell’ItalBasket di Tanjevic agli Europei in Francia.

Domani raggiungeremo Saint-Vincent, è passata una vita dall’ultima volta, è trascorsa una vita da tutti questi ricordi che questo viaggio iniziale mi ha evocato.

In tutto questo penso a quanto kilometri ho fatto, non oggi in macchina, ma in questi anni di ricordi e momenti.

Ma soprattutto quella sensazione che guardando indietro ti torna in mente di quanto sei stato fortunato, anche semplicemente ad aver viaggiato.

2024

“Ci sono notti che non accadono mai” scriveva Alda Merini. 

In questo 2024, invece, una notte così, è accaduta.

Per parlare di questo 2024, non posso partire dalla sera del 22 aprile, dalla notte della seconda stella, del derby vinto, dello scudetto conquistato, del sogno di un bambino realizzato.

È stato un anno ricco di emozioni, quasi tutte belle, tante e diverse, sotto ogni aspetto, ma quella notte, resterà davvero unica. E al suo fianco ci posso aggiungere la sera in cui abbiamo dormito per la prima volta nella nuova casa. Anzi, nella nostra nuova casa. A fine gennaio. Iniziava questo 2024 e finivano finalmente i lavori. Sfiancanti. Mentalmente uno dei passaggi più complessi degli ultimi anni. L’esperienza che mi ha realmente traghettato nella “adultezza” come ho deciso di definirla in quei giorni.

Il ritorno in questa casa da proprietario ancora oggi mi sfugge. Continuo ad aprire la porta di questo appartamento e a immaginare di vederlo come è sempre stato prima. Ancora oggi, il suo aspetto stravolto non mi quadra. Mi piace, ma mi ci devo abituare.

È stato l’anno della casa nuova e del trasloco, ma anche dei viaggi. Tantissimi. Da Parigi a Washington, passando per Milano, Vienna, Barcellona 20 anni dopo, Cipro, Praga, Quito e la metà del mondo, fino ai mercati di Natale a Rovereto e Verona. Un viaggio che si è snodato in modo quasi sistematico, mese dopo mese e che fortunatamente proseguirà con due tappe già stabilite a inizio 2025, per non perdere l’abitudine, con Valencia e il ritorno a Budapest dopo oltre 12 anni.

È stato un anno di lavoro vero. Pesante e con declinazioni nuove. L’anno in cui ho capito quanto sia difficile essere capo di qualcuno. Quanto soprattutto è complesso dover gestire le persone. Ma questo è stato il grande insegnamento del 2024 a livello lavorativo. È stato l’anno dell’operazione al neo e dei suoi tanti disguidi, l’anno delle Olimpiadi e di pensare al futuro con un fondo pensionistico. Un anno anche pieno di rotture di coglioni. Un 2024 in cui, come non mai, ho capito di non essere fortunato nelle sfumature, nelle banali situazioni, nelle apparenti sciocchezze.

Ho rinnovato un passaporto e ne ho messo da parte uno pieni di timbri. Ho letto poco e scritto meno e questo mi pesa. Ho finalmente adibito un armadio intero a tutte le maglie dell’Inter appese in ordine rigorosamente cronologico. Lo avevo sempre immaginato, nella casa nuova, l’ho fatto. 

È stato l’anno della Stella, dicevo all’inizio. Impossibile da spiegare e ancora oggi un evento che mi domando se possa essere davvero successo. Un lunedì freddo e autunnale, malgrado fosse affacciato quasi su maggio. Un lunedì in cui ho intervistato alla mattina Lino Banfi e guardato il mio orologio non so quante volte in attesa delle 20:45. Ricordo ogni dettaglio di quella giornata, fino alla corsa finale sotto la pioggia senza scarpe sotto casa. Come da bambino in questo stesso cortile, ma quella sera ero uno di 37 anni che era contento di vedere il bambino di una volta, felice.

La aspettavano in molti quella corsa, io più di tutti, così come la festa sei giorni dopo. La nostra grande festa. 

È stato un sacco di cose questo 2024 e fra anni, molto probabilmente, lo ricorderemo come un grande termine di paragone.

Buon 2025.

Quito

La mia estate è finita all’Equatore, alla metà del mondo.

Un po’ perché mi sono preso la classica freddata settembrina, anche se in passato non mi era mai successo a 2800 metri, è un po’ perché è stato l’apice di questo viaggio a Quito, ultima tappa di una estate molto movimentata fra voli e aeroporti.

Dopo Vienna, il ritorno a Barcellona 20 anni più tardi, la prima volta a Cipro, ed un altro ritorno a Praga dopo il 2006, Quito ha concluso questo tour estivo. Certo, non è stata una vacanza, tutt’altro, ma è stata una esperienza di rara portata, una di quelle che si ricordano per il resto della vita.

Quito profuma di Sud America, trasuda di quello spirito che si vede solo qua.

Sergio Tavcar sosteneva che i Balcani non sono una area geografica ma uno stato d’animo, personalmente credo che il Sud America sia la stessa cosa.

La gentilezza e l’ospitalità delle persone, quel caos regolare latino-americano, la loro allegria velata di malinconia.

Sono stati 10 giorni impegnativi, con 14 ore di lavoro quotidiane, senza pausa. Pedalando senza poter pensare mai al traguardo, insieme ma anche in solitaria. Fra il centro dei congressi e le strade del centro storico, dal Panecillo fino all’Equatore, riuscendo ad entrare in un monastero off limits e con il mio sguardo sempre un po’ rapito dai volti delle persone del posto.

Poteva andare peggio, molto peggio. Di difficoltà ne abbiamo fronteggiate parecchie: dallo spauracchio dell’altitudine, ai timori per la sicurezza, dai problemi tecnici per la diretta ai tempi sempre troppo stretti, senza dimenticare la catastrofe del mio Mac che dopo 3 mesi di vita ha praticamente smesso di funzionare a Quito.

So di aver fatto un grande lavoro. Sapevo di esserne in grado prima di partire anche se arrivato sul posto sono stato letteralmente sommerso da richieste e contenuti extra. Maneggiando con cura i vari fusi, un passo alla volta, ho accontentato Lima, Washington, Roma e ovviamente Quito con le varie dirette quotidiane.

Ci voleva l’Ecuador per tornare a fare il mio mestiere. Andare in giro, filmare, intervistare, poi di corsa in hotel a scrivere e a montare. In sostanza, il vecchio reporter di un tempo, quell’inviato che per me rimane tremendamente affascinante. Il mio habitat naturale. 

Dopo diversi mesi, finalmente ho ritrovato il piacere nel fare il mio lavoro, per quanto rimanga una parentesi, mi sono ricordato come si fa e forse l’ho ricordato anche a qualcun altro.

Ho rispolverato quello spagnolo che a casa non parliamo mai ma che sento quotidianamente, ho mangiato bene in posti diversi, ho visitato la città più di chiunque altro. 

Peccato per la coda finale, i sintomi influenzali del sabato che si sono materializzati in maniera severa la domenica, fra sbalzi termici, tremolii, un perenne cerchio alla testa e una incapacità di dormire che mi ha del tutto travolto. Ho ripreso infatti l’aereo in cattive condizioni, fra antibiotico e cortisone. Tutto questo però, fra un po’ di tempo, resterà solo un dettaglio nel quadro generale di questa grande avventura.

Se per diverse settimane mi aveva generato qualche pensiero di troppo, anche Quito – in bello stile – ce lo siamo portati a casa, un anno dopo Lisbona.

Ripassone

Dove eravamo rimasti? Certo, a venerdì 9 giugno, come dimenticare quella vigilia, quel sabato e quel fine settimana. Il più amaro ma anche quello della consapevolezza. “Sognare non costa nulla”, dicono, invece costa sempre, almeno lo scotto della realta’ quando poi si palesa. Proprio come il 10 giugno.

La Champions League e’ stata una avventura impensabile, quasi scellerata per le sue emozioni ma mi ha insegnato una cosa: la meraviglia del percorso al di la’ della destinazione. Il viaggio e non la meta. Non a chiacchiere, ma con i fatti e le emozioni del tragitto che non baratterei mai pur dovendo rivivere il dolore finale.

L’estate e’ in sostanza iniziata così e poi e’ proseguita regalandoci i giorni a Madrid dal Catto, e poi luglio con l’Albania che si e’ rivelata una tappa meritevole prima che diventi come la Croazia e successivamente una specie di Sardegna.

Agosto e’ scivolato quasi senza averne memoria. Settembre ha significato l’inizio dei lavori a casa, l’inizio di un viaggio complesso, ma anche la percezione netta della vita da adulto come mai avvertita prima.

In che senso? Semplicemente sono problemi e gineprai che non pensi ti possano toccare. E invece, con le spalle anche scoperte e senza un granello di esperienza, abbiamo intrapreso questa opera massiccia di ristrutturazione. Cinque mesi prima di entrare, cinque mesi di sopralluoghi, fatture, Tecnomat, Ikea, Leroy Merlin, preventivi, giri, appunti, cinque mesi di sfighe e contrattempi vari. Mesi che a me non sono piaciuti, sicuramente perché non mi piacciono queste cose. Questo tipo di manualità.

Svanito il desiderio di celebrare Natale nella casa nuova, abbiamo atteso un mese prima del nostro trasloco a Km zero.

Nel frattempo, in un autunno bollente fra lavoro e lavori, Sinodo, discussioni su contratto e nuove gerarchie, con l’occhio sinistra che clamorosamente non mi e’ caduto a terra a forza di battere in continuazione, un altro anno e’ terminato. Un anno in cui se ne sono andate via due nonne e gia’ tanto basta a renderlo indimenticabile seppur nell’accezione meno sgargiante.

E’ stato un anno veramente duro. Fiaccante. Un turbinio di emozioni, molte delle quali negative che è anche difficile poter raccontare. Molto probabilmente e’ stato l’anno in cui sono arrivato alla fine con meno forze, in buona parte prosciugato sotto l’aspetto mentale.

Gennaio mi ha riportato a Parigi, un regalo di Natale che ho scelto con entusiasmo e che ha coinciso con la settimana del quarto anniversario di matrimonio. L’unica distrazione prima del trasloco che mi ha riportato nella Casa Madre.

E’ talmente diversa rispetto al passato che talvolta faccio fatica a ricondurla a tutto cio’ che ha rappresentato. Eppure, il primo giorno che mi sono seduto nella mia camera di un tempo, sulla stessa scrivania e con lo stesso mobile alla sinistra, gli unici due arredi del passato, ho avvertito qualcosa.

Per pochi secondi ho vissuto un raro disorientamento, difficile da spiegare malgrado la sua brevita’ ma chiarissimo nella mia mente.

Mentre ripercorro questi mesi, sono su un volo United partito da Monaco di Baviera e diretto a Washington. Sono al posto 53-D. Fila centrale, corsia sinistra, senza nessuno al mio fianco. Come lo scorso anno mi attende l’ufficio centrale per una settimana di meeting, ma a differenza del marzo passato, molte cose sono cambiate. In primis, il mio ruolo, o meglio le mie responsabilita’ che sono molte di piu’. E’ cambiata la mia esposizione dentro l’ufficio e la trasformazione in punto di riferimento rispetto al passato si sta completando. Anche per questo, la settimana in America ha un valore ben diverso rse paragonata allo scorso anno.

Ieri sera, prima di chiudere la valigia, riflettevo su questo viaggio e su come mi auguro possa chiudere un lungo segmento. Quello iniziato a settembre con i lavori e finito lunedì con il completamento del bagno. Questa ulteriore faticata americana mi auguro metta al punto a mesi lunghi e fin troppo impegnativi, aprendo la fase dell’assestamento e della pianura, dopo le salite, come quelle del Giro d’Italia sulle Alpi.

Marzo deve restituirci quello, a distanza di un anno esatto dalla morte di nonna e dall’inizio di una vita diversa per tutti.