Quito

La mia estate è finita all’Equatore, alla metà del mondo.

Un po’ perché mi sono preso la classica freddata settembrina, anche se in passato non mi era mai successo a 2800 metri, è un po’ perché è stato l’apice di questo viaggio a Quito, ultima tappa di una estate molto movimentata fra voli e aeroporti.

Dopo Vienna, il ritorno a Barcellona 20 anni più tardi, la prima volta a Cipro, ed un altro ritorno a Praga dopo il 2006, Quito ha concluso questo tour estivo. Certo, non è stata una vacanza, tutt’altro, ma è stata una esperienza di rara portata, una di quelle che si ricordano per il resto della vita.

Quito profuma di Sud America, trasuda di quello spirito che si vede solo qua.

Sergio Tavcar sosteneva che i Balcani non sono una area geografica ma uno stato d’animo, personalmente credo che il Sud America sia la stessa cosa.

La gentilezza e l’ospitalità delle persone, quel caos regolare latino-americano, la loro allegria velata di malinconia.

Sono stati 10 giorni impegnativi, con 14 ore di lavoro quotidiane, senza pausa. Pedalando senza poter pensare mai al traguardo, insieme ma anche in solitaria. Fra il centro dei congressi e le strade del centro storico, dal Panecillo fino all’Equatore, riuscendo ad entrare in un monastero off limits e con il mio sguardo sempre un po’ rapito dai volti delle persone del posto.

Poteva andare peggio, molto peggio. Di difficoltà ne abbiamo fronteggiate parecchie: dallo spauracchio dell’altitudine, ai timori per la sicurezza, dai problemi tecnici per la diretta ai tempi sempre troppo stretti, senza dimenticare la catastrofe del mio Mac che dopo 3 mesi di vita ha praticamente smesso di funzionare a Quito.

So di aver fatto un grande lavoro. Sapevo di esserne in grado prima di partire anche se arrivato sul posto sono stato letteralmente sommerso da richieste e contenuti extra. Maneggiando con cura i vari fusi, un passo alla volta, ho accontentato Lima, Washington, Roma e ovviamente Quito con le varie dirette quotidiane.

Ci voleva l’Ecuador per tornare a fare il mio mestiere. Andare in giro, filmare, intervistare, poi di corsa in hotel a scrivere e a montare. In sostanza, il vecchio reporter di un tempo, quell’inviato che per me rimane tremendamente affascinante. Il mio habitat naturale. 

Dopo diversi mesi, finalmente ho ritrovato il piacere nel fare il mio lavoro, per quanto rimanga una parentesi, mi sono ricordato come si fa e forse l’ho ricordato anche a qualcun altro.

Ho rispolverato quello spagnolo che a casa non parliamo mai ma che sento quotidianamente, ho mangiato bene in posti diversi, ho visitato la città più di chiunque altro. 

Peccato per la coda finale, i sintomi influenzali del sabato che si sono materializzati in maniera severa la domenica, fra sbalzi termici, tremolii, un perenne cerchio alla testa e una incapacità di dormire che mi ha del tutto travolto. Ho ripreso infatti l’aereo in cattive condizioni, fra antibiotico e cortisone. Tutto questo però, fra un po’ di tempo, resterà solo un dettaglio nel quadro generale di questa grande avventura.

Se per diverse settimane mi aveva generato qualche pensiero di troppo, anche Quito – in bello stile – ce lo siamo portati a casa, un anno dopo Lisbona.