Compleanno 14

Ci sono e non me ne sono mai andato via, tanto per chiarire.

Ci sono stato meno: per ritmi, un po’ per scelta e forse anche per colpa della pigrizia. Non si può certamente dire che sia mancato il materiale a disposizione, ci eravamo lasciati con uno scudetto ed in mezzo c’è stato anche un Europeo, il famoso trofeo “che mi mancava” e che ho vissuto sulle tribune. Un giorno potrò dire, io c’ero, almeno qui a Roma, quando la favola iniziava a raccontarsi.

Tanto lavoro, e quello non si può mai commentare in senso negativo dopo un 2020 del genere. Lavoro sì, ma anche altri colloqui, distrazioni e rivisitazioni varie di contratti.

Soldi nuovi e altri sottratti come l’ultima sciagura della carta clonata che sembra aver trovato un lieto fine, un epilogo che di certo non elimina la sensazioni di aver messo in mano a dei dilettanti i miei risparmi.

C’è stata tanta Italia in questi mesi. Bari, Catania, Siena, Pescara e Terni. A breve anche Trento e Bolzano, un 2021 alla scoperta di quelle parti di Italia meno da copertina. Ma tanto, ogni luogo, ogni città, nasconde una sua anima, meno autentica di un tempo forse, ma sempre affascinante anche solo da percepire.

Sono stati mesi di corsa, anche nel senso più ginnico, mesi non banali. Un tempo di rinnovate convinzioni e scoperte. Un tempo in cui ripeto che mi sto invecchiando, perché ho sempre meno pazienza e ho un calante interesse verso persone e cose.

Un tempo in cui ho dato più valore alla mia attenzione, che va conservata e protetta, ma soprattutto devoluta a chi se la sa guadagnare.

Quattordici anni fa iniziavo a scrivere qua, avevo 20 anni e qualche mese. Mai avrei immaginato di essere da queste parti dopo tutta questa strada, anche se ultimamente meno presente. Ad un compleanno però non si dice mai di no, e allora oggi, più che mai, bisognava esserci.

O semplicemente, tornare.

Undici anni. Di blog.

Non pensavo che sarei arrivato a undici anni di blog quel sabato sera in cui decisi di aprirlo. Eppure, in un modo o nell’altro, bene o male, siamo qua, dopo più di un decennio.

Lo scorso anno, mentre queste pagine tagliavano il traguardo della doppia cifra, avevo appena preso possesso realmente della mia casa in affitto all’ombra del Cupolone, la mia prima esperienza di vita in solitaria in Italia, dopo quelle già avute all’estero.

È passato un altro anno e di cambiamenti importanti ce ne sono stati. La casa è ancora questa, da solo non sono più da un pezzo e tante altre cose sono accadute.

Ho scritto meno, questo è evidente, un po’ per tempo ma anche perché certe cose ho preferito tenerle altrove, dentro di me, anziché pubblicarle seppur con qualche filtro.

Undici anni di blog sono molti, perché non solo rappresentano più di un terzo di vita, ma perché nel mio caso specifico, segnano un lungo periodo, quello dell’università – a quei tempi iniziata da tredici mesi – alla vita un po’ più matura, quella da giovani adulti insomma.

In mezzo c’è il purgatorio del neo-laureato in cerca di lavoro e che a un punto pensa di lasciar stare la sua vocazione/passione, ci sono i viaggi, i traslochi, le partenze e i ritorni.

Case, scrivanie, uffici, camere, questi undici anni di blog sono stati scritti in tanti posti diversi, e credo che proprio questa in fondo sia la più grande ricchezza.

C’è stato molto da raccontare, presumo che altre storie verranno condivise, certo, undici anni sono un piccolo grande traguardo. Mi ricordo i miei di undici anni, il 1998, la tuta giallo-blu dell’Adidas e il completino rosso-blu della Nike comprato da Cisalfa, il compleanno, il concerto delle Spice Girls, l’Inter di Ronaldo e la coppa Uefa a Parigi, così come il Mondiale in Francia e l’inizio della prima media, ci sarebbe stato molto da raccontare a quel tempo.

Si va avanti intanto, contento come i vecchi lavoratori che domani sia sabato. Probabilmente crescere, e avere 11 anni in più di quando ho iniziato a scrivere qui, significa anche questo.

Un sacco di cose. Random.

Sono rimasto indietro e lo so bene. A volte mi verrebbe quasi da scusarmi con il blog per essere stato lontano o per non aver marchiato magari una data speciale, come quella recente del 6 marzo, giorno del mio compleanno. In tutto questo però, c’è una vittoria.

Un successo che affronta la pigrizia ed un concetto che per anni ho teorizzato: più non aggiorni, più rinvii e lasci stare, e più poi potresti essere attanagliato dall’angoscia del non sapere da dove cominciare quando vuoi parlare, con il rischio di desistere nuovamente. Ho diverse considerazioni da srotolare ma trovare un senso a tutto è impossibile e quindi vado, un po’ a caso, randomico e riallaccio il filo del discorso.

Cinque anni dopo siamo tornati a votare per il nostro governo e non mi volevano far votare per una svista al seggio. Un errore sciocco, che perdoniamo e che mi ha fatto tornare ai tempi di scuola. Sul registro degli elettori, affianco al mio nome, c’erano già firme e dati, se non fosse che tutte queste informazioni riguardavano mio padre, il quale sull’elenco risulta sopra di me. Dopo momenti concitati, e chiarito il disguido con tanto di domanda che ci ha proiettati nel mondo surreale – “Ma lei è sicuro che questo signore è suo padre?” – ho votato.

A quel punto, dopo aver inserito la schede – anche quella per il Senato – nonostante per tutti i presenti al seggio non potessi essere un over 25 – ho ritirato i miei documenti, mentre sul registro una meravigliosa doppia freccia invertiva di fatto i nomi e i dettagli del sottoscritto con quelli di mio padre. Come si direbbe a Roma, una pecionata in piena regola.

Un po’ come quando a scuola mettevi la freccetta con tanto di dicitura “segue” per far capire al professore di turno che lo svolgimento del compito proseguiva altrove.

Abbiamo votato e anche stavolta nessuno ha vinto. Vinto inteso come successo che ti permette di governare. Via così a consultazioni, impicci, previsioni, lotte e altre sfide dialettiche, un po’ quello che ci attendevamo. Renzi ha perso, il M5S ha trionfato come partito, Salvini ha fatto lo storico sorpasso e ora vediamo quale altra acrobazia bisognerà trovare per formare un governuccio.

Sullo sfondo delle elezioni, c’è stata la morte del povero Astori e una fastidiosa retorica del mondo pallonaro, conosciuto oltretutto come uno degli universi più sporchi, forse anche più della politica. Il derby è così saltato, io invece sono tornato a visitare il Colosseo dopo quasi sei anni mentre ho perso il calcolo dell’ultima volta in cui ero stato anche a passaggio dentro il Foro.

In tutto questo, per un bizzarro e fastidioso scherzo del destino, sto vivendo il mio personale inverno canadese fuori dal Canada.  Forse a molti è sfuggito, ma l’ultima giornata di sole, degna di essere chiamata così, è datata venerdì 16 febbraio, il giorno della mia passeggiata a Villa Pamphilj.

Pioggia in stile dublinese, freddo in salsa torontiana, e neve che dopo sei anni esatti è tornata a imbiancare la città, per la gioia di molti ed il mio profondo fastidio.

Dicono che sia tutta colpa dello stratwarming, uno strano fenomeno che capita ogni tanto, l’ultima volta nel 1985 e quella precedente nel lontano 1963. Resta il fatto che la mia antipatia per la pioggia non è solo roba da metereopatici di bassa lega, visto che a me impone cambi di programma e di registrazione importanti, con soluzioni di ripiego e qualità della luce sempre lontana da ciò che desidero. Questo interminabile maltempo mi perseguita e ripenso a quando lo scorso anno dicevo ripetutamente “A se fossimo a Roma…” Ecco, siamo qui e il risultato è tale che qualcuno potrebbe dire che ho sempre inventato tutto o esagerato ampiamente.

Qui si sono intanto festeggiati due compleanni e il fatto di averli celebrati insieme, a distanza di un anno e in un altro continente, è un risultato vero. Questo avevo sperato lo scorso sei marzo mentre soffiavo sulla candeline e questo è ciò che accaduto con buona pace nostra ed una gioia mista a soddisfazione per avercela fatta malgrado tutto.

Non mi pesavano i 30, non mi pesano ora i 31. Mi dispiace per quelli che provano ancora a mettermi pressione o angosce varie. So bene che il mio 30esimo anno l’ho impiegato e vissuto come meglio non potevo. Fra progetti, traslochi intercontinentali, ricerche di casa, traslochi cittadini, viaggi intercontinentali non previsti come vacanze, investimenti emotivi, economici, impegni seri e condivisione di tutto da un giorno all’altra, di più non potevo.

Di roba ce ne è stata e quindi diventa complicato, se non impossibile, lamentarsi del tempo che è trascorso se sai di averlo utilizzato nel modo migliore. I 31 saranno chiaramente diversi. Certi percorsi iniziati devono ora maturare, e per quanto un inizio abbia sempre un grande fascino, è anche vero che poi è bello mettersi all’opera e dare seguito a ciò che si è cominciato, come il mio ritorno a Roma e le mille cose che ha racchiuso.

C’è stato spazio nel frattempo anche per una polemica a distanza con la vicina di casa e lo scontro crudele con la burocrazia italiana, con la Polizia e quel modo tutto nostro di essere superficiali, impreparati, incompetenti, spocchiosi, velenosi, antipatici, lavativi, sciocchi e menefreghisti.

Due situazioni che mi hanno regalato un profilo nuovo di ciò che è questo paese, aspetti però su cui mi voglio concentrare meglio in un post a parte…

La lista “prima dei 30”

1 Vivere da solo.

2 Tornare a New York.

3 Aver lavorato almeno per una volta con un contratto superiore ai 12 mesi in un posto gratificante.

4 Vedere ancora il Palio di Siena.

5 Scrivere un libro.

6 Essere stato in tutti i continenti almeno una volta.

7 Fare una maratona intera.

8 Dormire in spiaggia.

9 Vivere all’estero (anche in compagnia) per un periodo.

10 Rileggere la Divina Commedia.

Alle 12.22 del 19 gennaio 2013, oltre quattro anni fa, scrivevo questo elenco in risposta ad un post di David.

Una lista di cose da fare prima dei 30. Ad una settimana dal compleanno che mi conduce nella nuova decina, è curioso rileggere questi dieci punti e fare un successivo resoconto.

Sette cose le ho fatte, me ne mancano solo tre: una (il Palio di Siena) è fattibile anche ad agosto, le altre due sono più complicate per un discorso di tempo. La maratona richiede un allenamento ed una preparazione importante, essere stato invece in tutti i continenti necessita di soldi e tempo, ma ho la profonda convinzione che succederà presto.

Quanto al resto? Ho fatto tutto e sinceramente ho portato a termine le cose più importanti e quelle che avevano per me un valore maggiore, anche a livello simbolico, come tornare a New York o rileggere la Divina Commedia.

Ripensando a quel gennaio 2013 di tempo ne è passato e sembrano ben più di 4 anni, ma soprattutto tante cose sono accadute nel frattempo. Basti pensare che in quel momento nemmeno sapevo di andare a Dublino: sarei partito due mesi dopo e da lì in poi la storia avrebbe preso lentamente, ma in modo quasi inesorabile, tutto un altro indirizzo.

Questa lista mi soddisfa, mi dice che ho fatto quello che volevo e che desideravo. Ci ho creduto e provato, e questo rimane il merito maggiore e non posso che essere contento.

Anche per questo, in fondo, vivo l’avvicinamento ai 30 in modo sereno, senza nessuna strana “crisi esistenziale” o fastidio. Va bene così, anche perché, al di là di tutto, continuerò a parlare da solo dentro casa, ad aspettare sempre con lo stesso patema le partite dell’Inter, a prendere in giro la gente, ad essere irrimediabilmente italiano e a pensare: “Guarda che faccio da cazzo questo” quando sono sulle scali mobile e incrocio lo sguardo di qualcuno.

Continuerò ad essere me stesso insomma, e come dicevo recentemente, mi sembra una buona cosa.

 

Sono quello che ero

Più mi avvicino ai 30 anni, e più mi capita di rendermi conto di alcune cose, come ad esempio il fatto che sono ancora il bambino che ero. Nel modo di vivere, di stare al mondo, di credere.

Ancora oggi rivivo spesso dinamiche e momenti che mi catapultano indietro, ad anni passati e lontani, mentre qui, da questa parte di mondo, tutto è diverso e per niente paragonabile. Almeno, così sembra.

Sono quel bambino di tanti anni fa perché forse non cambiamo mai. Ci evolviamo, ma una parte di noi, una fetta prominente resta. A chi più, a chi meno. Io, indubbiamente, appartengo alla prima categoria. Forse, perché sono un tipo identitario. Sono quello. Sono così. Proverei a spiegarlo ma chissà se ce la faccio: spesso rinuncio, a volte non credo di essere chiaro e di veicolare il messaggio che voglio.

Ancora oggi, però, sono quello di 20 e passa anni fa. Mi interesso poco alle chiacchiere, alle polemiche, ai discorsi vuoti, alle teorie già sentite e che so che non porteranno verso nessuna destinazione. Non mi interessavano le polemiche da bambino, non mi importava se era rigore o il pallone era andato fuori, mi interessava giocare. Ero felice solo quando giocavo, o forse, lo ero in un modo impareggiabile. Non paragonabile. È così anche oggi. Ancora adesso.

Finisce che nei meeting divago, penso ad altro, non riesco a concentrarmi. E fremo per tornare a fare il mio lavoro. Quello che mi piace, quello che mi assorbe e mi diverte. Che fortuna, che privilegio. Lo so che è cosi. E forse lo ripeto talmente tante volte per mostrare al Fato che sono sempre riconoscente e che quindi potrebbe lasciarmi tutto ciò in usucapione per il resto dei miei giorni.

A scuola mi annoiavo, mi accendevo a intermittenza quando sapevo che serviva. Quando qualcosa mi interessava. Ero pratico già da bambino e da adolescente. Sapevo che la matematica non mi sarebbe mai servita, ero consapevole che gli integrali erano inutili, senza fini concreti, e quindi una perdita di tempo. Una poesia di Leopardi era musica, introspezione, pensiero. Vita. E oggi ancora ripenso a quello perché certi versi ti aiutano a capire e a dare una profondità che una formula fredda e sempre uguale mai ti dirà.

Sapevo questo, sapevo tutto.

Sapevo di essere nettamente più bravo degli altri, il sistema non mi permetteva di dimostrarlo. Correre in corsia era utile per chi non sapeva orientarsi e infatti dopo si è più o meno perso. Ero così e mi divertivo da solo. Un po’ asociale e un po’ conseguenza di essere figlio unico. Mi annoiavo e sognavo, la mia fantasia era sempre brace viva. E più mia madre voleva che fossi come tanti altri, sotto ogni aspetto, e più in fondo non lo ero. Non sono mai stato figlio della massa, figlio del popolo sì, della massa mai.

Troppo diverso, squadrato, troppo caratteristico e appunto identitario. Io sono così, dicevo. Lui è cosi dicevano, e dicono tuttora, quei pochi che mi conoscono davvero.

E chissà, alla fine magari la fortuna è aver proprio preservato quel pezzo di infanzia e tenerla ancora illuminata, salvarne il concetto e lo spirito. In mezzo a tutti, ma sempre un singolo. Individualista ma al servizio del gruppo, fra confini mentali tracciati e compromessi respinti. Senza l’obbligo di dover piacere e con poco tempo per le opinioni altrui su la mia essenza che poi, in fondo, quanti la conoscono?

La libertà ancora oggi, a due settimane dai 30, forse risiede in tutto questo. Motivo per cui, è uno sbarramento cronologico che non mi tocca minimamente.

29 anni

È stato un compleanno insolito, preferisco definirlo così, piuttosto che speciale, semplicemente perché lego a questo aggettivo un valore estremamente positivo e quindi non calza bene con la giornata di domenica e con i miei 29 anni.

È stato un compleanno in viaggio, fra aeroporti e check-in, carte d’imbarco e bagagli, senza dubbio capita raramente di celebrare il proprio compleanno in tre città diverse e in tre continenti differenti, un 6 marzo che per via del fuso orario e del nostro viaggio verso Ovest è durato credo 40 ore, un compleanno versione XXL e dal profondo gusto internazionale. Amman, Francoforte e poi Toronto, due voli, 4 ore di break in Germania e poi altre 8 abbondanti per raggiungere nuovamente il Canada, in totale 19 ore di viaggio, il mio record personale.

Ho ricevuto gli auguri da tante persone, molte nuove, una brithday card nel ristorante dell’hotel dell’Amman Airport, ed un Happy birthday cantato da 47 persone mentre il pullman, appena superata la mezzanotte, ci conduceva in aeroporto.

È il terzo compleanno negli ultimi 4 anni che celebro fuori casa, lontano da tutti, il secondo di fila in questa parte di mondo. E nella sua eccezionalità, ovviamente mi è mancato non viverlo nel modo classico, anche perché a mio avviso certi momenti ed alcune ricorrenze hanno il loro valore solo se celebrate in compagnia delle persone care. Non è successo, ma mi auguro che possa capitare almeno il prossimo anno visto che sarà un compleanno simbolicamente molto più importante, il mio approdo nei trenta.

Non ho ricevuto nessun regalo, anzi, ne ho trovato uno appena arrivato a casa, ossia la linea internet a cui mi ero attaccato illegalmente a scrocco per tre mesi non c’era più e quindi un nuovo imprevisto da risolvere in tempi rapidi, per evitare di ripiombare come a inizio dicembre in una dimensione tipo 1983, fuori dal mondo e senza contatti. Ancora una volta, intanto, la partita il giorno del mio compleanno ha funzionato, l’abbinamento porta bene e la vittoria sul Palermo mi ha dato almeno un pizzico di sollievo, mentre la guardavo in replica con il mio laptop in uno Starbuck’s vicino casa.

Me lo ricorderò bene questo 6 marzo e non per il Martini Bianco comprato al Duty Free di Francoforte a 7.70 Euro, o per una strana crisi semi-allergica per un panino al prosciutto crudo che nascondeva sotto una cazzo di cremina, no, lo ricorderò per una immagine in particolare.

Mentre tornavo dal bagno e mi dirigevo verso il mio imbarco, sono passato davanti al Gate B42 e mi è tornato in mente che quello era il punto da cui sono partito la prima volta per il Canada. Mi sono rivisto lì in coda, per mostrare il mio passaporto mentre leggevo un po’ commoso il messaggio di David. Non so perché ma la frase che mi è venuta spontanea è stata “Che paura”, una sensazione che quell’11 gennaio in verità non sentivo, forse per incoscienza, forse per disperazione, magari per coraggio, non saprei.

Mi sono rivisto lì e pensavo a tutto quello che è successo nel frattempo, da quel giorno in poi, e sono arrivato alla conclusione che la vita in fondo, non deve premiare i bravi, i corretti o i talentuosi, per me deve premiare i coraggiosi.

 

E mentre questo ultimo giro nella decina dei 20 è iniziato, mi hanno chiesto quale augurio potevo farmi, ci ho dovuto pensare molto poco, io spero solo una cosa, qualche emozione, come quelle che hanno scandito i primi anni, la prima metà di questi decina.

Il mio compleanno canadese

Il mio compleanno quando capita di venerdì per me ha sempre un valore diverso. Il motivo è molto semplice: quella sera del 6 marzo del 1987, quando in tarda serata sbucai al Policlinico in grande stile, con camicia, gilet e Lacoste ai piedi, era proprio un venerdì.

L’ultima volta che c’era stata questa sovrapposizione era il 2009. Andai all’università, poi a pranzo da mia nonna e tornai a Tor Vergata per la lezione di Storia della Gran Bretagna dalle 16 alle 18. La sera andammo tutti insieme all’Habitué su Via Casilina, fu la prima uscita ufficiale di Antonio e La Bionda, il Drastico le cantò “Che tesoro che sei”, Alfredo era in Brasile, noi salimmo sul palco del karaoke per “rovinare” senza rispetto “Urlando contro il cielo”, pagai da bere a tutti e Fermata alla fine si macchiò di un gesto che avrebbe potuto evitare.

Sei anni dopo riecco venerdì e per la  terza volta in vita mia ho celebrato il mio compleanno all’estero, la prima in un altro continente. Difficile trovare punti di contatto con quello di Dublino del 2013, in quella circostanza ero arrivato da soli 4 giorni e onestamente il disorientamento era notevole, stavolta è stato tutto molto diverso considerando che anche l’ottava settimana è scivolata via. La coincidenza particolare è che come a Dublino, anche qui, la prima immagine che ho scattato con la macchina fotografica è relativa al mio compleanno, una ennesima riprova della circolarità delle vicende umane, almeno di quelle che mi riguardano.

Come già anticipato, un po’ di malinconia, per la prima volta è emersa, ma in occasioni del genere è davvero inevitabile. Certe feste sono troppo legate all’aggregazione e alla condivisione, a quel qualcosa che ti riconduce a famiglia e amici, quando mancano entrambi, pagheresti per essere a casa tua, ma in qualche modo, alla fine, l’ho sfangata decentemente.

Fra una rassegna stampa, un palinsesto da controllare e una riunione di redazione ho festeggiato, portando due torte in ufficio, mangiando cocomero e fragole al sei di marzo e cenando molto bene. A casa, con la mia famiglia francese, ho cucinato fettuccine al pomodoro per tutti, in più avevo comprato un pollo, abbiamo brindato con tanto di champagnino, ho spento le candeline e scartato addirittura un regalo. Insomma, devo ringraziare chi ha permesso che questa giornata non passasse in cavalleria e fra tanti anni avrò comunque un ricordo piacevole di questo compleanno in Canada.

Ho ricevuto auguri dagli angoli più disparati dal mondo, da Hong Kong (il primissimo anche per un discorso di fuso), Cambridge, Seattle, San Paolo, Atene, Londra, Madrid, Fiuggi Terme, in tanti si sono affacciati su Whatsapp, mail, Skype e quant’altro per farmi sentire il loro calore malgrado un oceano di mezzo. È stato bello, come sempre. Anche se è solo un augurio, un messaggio, il piacere nel ricevere attestati di affetto senza Facebook di mezzo ha il suo fascino. Un po’ datato, ma vivo.

La seconda persona che mi ha fatto gli auguri quando per me era ancora 5 marzo ha vinto a mani basse e nel messaggio di risposta gliel’ho annunciato con totale certezza. Nessuno avrebbe potuto fare di meglio e un pezzetto del testo merita di essere pubblicato. Un pezzetto solo però eh.

Grazie a tutti voi.

Sempre vostro.   

 “…Non conta con chi effettivamente passi il giorno in se stesso in fondo, ma piuttosto chi quel giorno, se potesse scegliere, vorrebbe passarlo a festeggiarti. I tuoi amici ci saranno di sempre. Parlando per me, io di sicurò sarò fra questi…”

Sette anni dopo…io sono ancora qua

Sette anni fa non pensavo a come sarebbe stato questo blog nel 2014, non credevo nemmeno che durasse così tanto tempo, iniziai un sabato sera per gioco, con il gusto di cimentarmi in qualcosa di nuovo, non per seguire le tendenze ma più che altro per sperimentare le mie abilità informatiche da autodidatta. È passato veramente tanto tempo da quella sera e dopo 84 mesi è arrivato il momento di celebrare quest’altro anniversario, 7 anni di vita e quasi mille post.

A quei tempi c’era già Facebook ma la community di Zuckerberg non era ancora così nutrita, Twitter era stato inventato da un anno e aveva pochissimi iscritti, MSN recitava ancora un ruolo importante nelle chat al posto di Whatsapp. Sembra passata un’era ma poi scorri la pagina dell’organigramma dell’Inter e vedi che alla voce allenatore c’è sempre Roberto Mancini e qualcosa ti riporta indietro a quei tempi lontani, forse un pizzico meno distanti.

Un mese fa, in funzione di questa ricorrenza, ho riportato volutamente il blog alla sua veste iniziale come colori e header, è evidente però come sia cambiata l’anima di queste pagine, è palese come si sia evoluta per temi e profondità.

Raramente rileggo post passati, ma quando mi capita e magari faccio dei salti fra anni diversi, mi stupisce la chiara differenza nello scrivere, il modo diverso, la capacità di esprimere meglio pensieri e idee. Sperimentando alla lunga si migliora, al di là del quanto, è importante vedere dei progressi e credo che sotto questo aspetto lo sviluppo sia lampante. Ci vuole pazienza e disciplina nel tenere qualcosa vivo, spesso è sufficiente la passione, la scrittura per quanto mi riguarda contiene questi tre ingredienti. Inevitabilmente tutto ciò ha reso più facile il percorso del blog, il suo essere acceso e aggiornato, valvola di sfogo e specchio. Tralasciando il piacere della scrittura e il gusto di sentirsi liberi di appuntare su un foglio word qualcosa, indubbiamente l’abitudine ad esprimermi in questo modo è stata una chiave di introspezione e per certi versi di conoscenza personale.

Fra filtri e censure dovute, sono riuscito comunque a puntellare questi anni con ricordi, emozioni e racconti, e solamente dopo tanto tempo, dopo anni, capisci il valore di un blog. Rileggendo qualcosa, ritrovando dei punti di riferimento, riavvolgendo il nastro, hai sempre il modo per ricollegare tutti i passaggi, non corri il rischio di cancellare nulla e hai la possibilità di attingere a dettagli, puoi ripercorre momenti indelebili.

Se devo augurarmi qualcosa desidero che il blog continui a mantenere una sua anima spensierata, fra riflessioni nostalgiche e accenni di entusiasmo, goliardia e pause sceniche. Spero che sia ancora luogo di incontro e punto di riferimento, anche per pochi, ma soprattutto che trovi sempre la forza di rimanere in piedi.

Sette anni dopo, nonostante tutto, ci siamo.

 

Col cuore che batte più forte

la vita che va e non va,

al diavolo non si vende, si regala!

Con l’anima che si pente metà e metà,

con l’aria, col sole,

con la rabbia nel cuore, con l’odio, l’amore,

in quattro parole…

io sono ancora qua!

Ventisette

E allora sono ventisette. Ventisette, quella età famosa per i geni della musica che per mille coincidenze sono morti tutti a questo punto, ma io non sono ne un cantante e nemmeno un genio, e quindi, possiamo stare sereni.

Ci pensavo molti anni fa a questo “traguardo”, quando facevo la maturità e mi ripetevo: “Chissà come sarò non durante il prossimo mondiale a 23 anni ma a quello dopo ancora a 27”. Eccoci, allora, siamo arrivati anche qua, e sono molto simile a quei tempi, almeno, questo è quello che dicono gli altri, questo è quello che capita quando conti gli anni in base ai Mondiali.

La Grande Bellezza sta proprio qui forse, nel resistere al frastuono, nel non farsi abbindolare e nel mantenere quell’insano equilibrio del realista svezzato. Ventisette e dopo ventotto, corre via il calendario più rapido di qualsiasi cambiamento, suda poca vita ora e rincorre le prossime mete, quella dei 30, a occhio e croce, è la più vicina. È passato tanto tempo da quando facevo i 200 metri stile libero dentro la pancia di mia madre, due decenni cavalcati e quel senso di essere comunque un figlio degli anni Novanta più che della decade post Millennium Bug.

Sei marzo, quindici giorni a primavera, con Villa Borghese che sta sempre lì e non vede l’ora di sbocciare e di mettersi il vestito migliore per la sua stagione preferita, a fare da giardino a una città che ha appena vinto un Oscar ma che spesso non si ricorda del suo verde e si lascia trascinare dalla sua indole bugiarda, sporca e maledettamente affascinante.

Ventisette dicevo, tanti, pochi, giusti, questo lo devi sapere tu, quindi io, mentre mi ricordo le tue ballerine completamente impolverate dopo la serata al tendone, in mezzo alla sabbia, dietro casa, in mezzo ad un teenager party nell’ultima notte di un sabato di agosto. Scrivi ed irrompe casualmente Venditti con “Nata sotto il segno dei pesci”, stai fermo ad ascoltare quella poesia che ti ricorda il lato zodiacale e il tuo compleanno, tanto poi, per tutto il resto, c’è sempre tempo. Pare.

Lo scorso anno ero fuori e ricevevo auguri dall’Italia, quest’anno sono a Roma e mi arrivano messaggi dall’Europa. Il mondo caracolla e non c’è nulla da fare se non sperare di essere sufficientemente fortunato nel vivere altri ventisette anni così.

 

Ed il rock passava lento sulle nostre discussioni,

18 anni son pochi, per promettersi il futuro…

A testa alta, da sei anni

Sei anni. Oh sei anni non sono mica pochi! E’ quella eta’ che segna uno sbarramento fondamentale per qualunque persona: finisce l’asilo e si inizia ad andare a scuola. Basta giochi, arrivano i compiti. I primi impegni, un assaggio di vita.
Me lo ricordo il giorno in cui ho compiuto sei anni. Era sabato 6 marzo 1993, il compleanno pero’ lo festeggiammo l’indomani, di domenica. A un punto mi allontanai, sintonizzai Raitre e iniziai a vedere l’Inter con “Quelli che il calcio”. Pareggiamo a Bergamo 1-1, mi chiamarono per la torta ma infastidito risposi che tanto non potevo mangiarla e poi c’era l’Inter. Il mio compleanno non mi sembrava un valido motivo per non seguire la “Banda di Bagnoli”, una cosa che poi si e’ ripetuta negli anni a venire: 2005 (i miei 18 anni) e nel 2011.
Sei anni si diceva. Sei anni che hanno segnato un passaggio notevole, sei anni vissuti nella decade dei venti. Attraverso l’universita’, i viaggi, i brividi, le prime esperienze lavorative e quelle all’estero. Caro blog hai raccontato tanto, quasi tutto.
Vieni da un anno controverso ma ricco e intenso. Sei stato censurato, ti ho censurato, ti ho reso privato, non ho scritto per la prima volta per un lungo periodo (un mese) hai in compenso fatto il pieno di visite e commenti. Mai come in questi ultimi dodici mesi. Sei diventato piu’ multimediale, piu’ social, filotwitteriano, piu’ colorato, e fra due giorni cambierai completamente pelle. Infatti Virgilio ha deciso che tutti i blog traslocheranno su Worpress, una nuova casa, un compleanno che preannuncia un cambio epocale.
Hai detto tutto quello che potevi caro blog, forse anche di piu’, a volte invece di meno. Ma non ti vergogni e non devi nascondere nulla, questa e’ la cosa che ha piu’ valore. Rispecchi il sottoscritto ed e’ giusto cosi, e’ corretto e coerente che ci sia questa sinergia.
Continuo a pensare che non sei male, anzi, hai il tuo fascino. Piu’ invecchi e piu’ migliori e non perche’ sei un vino, ma perche’ continui a essere vivo, a raccogliere storie, a conservare pezzi di vita. Stupidi, banali, intensi, belli, insomma sei un recipiente di tutto rispetto. Una banca dati che con il trascorrere del tempo assume sempre piu’ valore.
Sei anni di storia, sei anni come un vero diario on-line, presente e puntuale, alla faccia di Facebook e di chi aggiorna il resto del mondo in maniera sgrammaticata, confusa e senza costanza.
Ci sei, sei qui e vai avanti in questo modo. Anche quando dicono che sei un “cazzo di blog”, anche quando ti controllano, anche quando ti usano.

L’importante e’ esserci, sempre.

A testa alta, da sei anni.